Le parole sono importanti

Federico Tulli – Da circa 15 anni mi occupo di violenza su bambini e bambine in ambiente ecclesiastico. Ho letto e studiato decine di report, di confessioni rilasciate da violentatori, di studi scientifici, di libri, di inchieste giornalistiche e approfondimenti pubblicati in ogni angolo del globo in cui si trovasse una parrocchia o un oratorio.
Ho parlato con medici, avvocati, storici, filosofi, magistrati, sociologi. Ma soprattutto, ho intervistato centinaia di vittime, ho visto l’orrore e la disperazione nei loro occhi a distanza di decine di anni dallo stupro subito. Moltissime erano quelle cresciute senza uno o entrambi i genitori, e di questa carenza affettiva in primis aveva approfittato il pedofilo per avvicinarsi sapendo peraltro che difficilmente un adulto avrebbe protetto quella bambina o quel bambino.
Altre vittime, tante altre, erano nate con pesantissime disabilità che le rendevano ancor più vulnerabili tra gli esseri umani più vulnerabili.
Tutto questo per provare – da giornalista e attivista dei diritti umani – a dare una risposta a due domande: Cos’è la “pedofilia”? Chi è il violentatore? Ho sempre pensato che consentire all’opinione pubblica di avere le idee chiare su questi due “semplici” punti è condizione necessaria (ma non sufficiente) per prevenire ulteriori crimini.
Ricordo il racconto di una ragazza. Era stata stuprata per 4 anni, da bambina, da un sacerdote di oltre 40 anni più grande di lei. Non aveva praticamente mai avuto il padre, la mamma era la collaboratrice domestica del suo stupratore.
Le chiesi: Ma quando quell’uomo ti mise le mani addosso non le dissi nulla? “Certo” mi rispose. E come reagì? “Mamma mi dette uno schiaffo”.
Ho pensato a questa “mamma”, a sua figlia, alle centinaia di vittime che ho conosciuto e al mio lavoro di giornalista quando ho ascoltato l’imbarazzante presa di posizione di un’altra mamma sulle parole del giornalista Giambruno.
«Il concetto – ha detto Giorgia Meloni – è rimanere il più possibile presenti a sé stesse e di fare del proprio meglio per non mettersi nella condizione di consentire a questi animali di fare quel che vorrebbero fare».
Inutile dire quanto sia stringente il nesso tra le violenze sulle donne e quelle sui bambini (o forse visto quello che si legge in giro non sarebbe del tutto inutile fare chiarezza), ma in questa frase della autorevole “madre e cristiana” c’è secondo me la chiave per comprendere perché i fautori di una certa ideologia ci vogliono convincere dai loro pulpiti e dai loro scranni che “solo comportandosi bene” e ascoltando “semplici consigli di buon senso” si evitano brutte sorprese.
Idee come queste stanno a significare che il problema risiede nel comportamento della vittima, stanno a significare che chi le esprime non si è mai chiesto: cos’è uno stupro? Chi è il violentatore?
Idee come queste espresse da una presidente del Consiglio stanno a significare, in poche parole, che alla prevenzione non ci deve pensare lo Stato ma la potenziale vittima altrimenti vuol dire che tanto vittima non è poiché sotto sotto è consenziente.
Già, CONSENZIENTE. Participio presente del verbo “consentire”.
