Questa è la storia di un caso che ha scosso la Bolivia ma che dovrebbe interessarci tutti. Non solo perché le violenze su bambini, ragazzi o donne sono sempre crimini contro l’umanità oltre che contro una o più persone. Ma anche perché il protagonista è un sacerdote. Ed è bene aver presente, specie in Italia, come la Chiesa cattolica ancora oggi continua a gestire casi come quello che stiamo per raccontare grazie a una nuova inchiesta del team del giornale spagnolo El Pais che dal 2018 ha avviato un’indagine permanente sulla pedofilia nel clero

Il gesuita Alfonso Pedrajas. Immagine tratta dall’inchiesta del quotidiano spagnolo El Pais
Federico Tulli – Sui media italiani non ne troverete traccia (eccetto Repubblica) ma il caso è divenuto pubblico qui in Europa nei giorni scorsi quando “El País” ha raccontato la vicenda del sacerdote violentatore seriale Alfonso Pedrajas Moreno, un missionario gesuita che ha abusato sessualmente di oltre 85 bambini e ragazzi nei collegi della Compagnia di Gesù in America Latina durante un arco di circa 40 anni. I documenti del gesuita, soprannominato padre Pica, inclusi i file del suo computer e il suo diario personale, rivelano una mappatura della politica dell’occultamento degli abusi nei collegi della Compagnia di Gesù, dagli inizi degli anni ’60 fino al 2008. La storia di padre Pica è l’emblema del carattere sistemico della pedofilia clericale a livello internazionale, Italia compresa.
El Pais e il prete violentatore
Il gesuita Alfonso Pedrajas nacque in Spagna nel 1947 e divenuto maggiorenne ha lavorato per decenni come missionario in America Latina, dove è morto di cancro nel 2009. Dopo la sua morte alcuni suoi effetti personali sono stati spediti in Spagna ai suoi familiari. Tra questi c’erano un un computer portatile e un diario personale in cui il sacerdote descrive le violenze compiute su ragazzi, giovani e novizi negli istituti di cui era direttore. Le persone “abusate” sono esattamente 89 e l’ultima violenza viene annotata da padre Pica nell’ottobre 2008, poco più di un anno prima di morire. Il diario inizia nel 1960 e gli eventi orrendi coprono un ampio lasso temporale.
Il nipote del gesuita, Fernando Pedrajas, è stato la chiave per far emergere la verità su questi fatti coperti da un oblio voluto e organizzato. Non è un caso se negli anni diverse autorità cattoliche, inclusa la diocesi di Cochabamba, la Conferenza episcopale boliviana e la Provincia della Compagnia di Gesù, abbiano chiesto perdono e promesso giustizia alle vittime. Parole vuote che anche concretamente non hanno portato a nulla. Il giornalista de “El País”, Julio Núñez, ha spiegato come questa storia sia arrivata nelle mani del giornale grazie al nipote di “padre Pica”. Fernando Pedrajas dopo aver tentato inutilmente di sensibilizzare i superiori dello zio pedofilo, che peraltro era già morto, ha denunciato la vicenda al quotidiano spagnolo tramite la mail utilizzata dall’equipe di giornalisti che dal 2018 indaga senza sosta sui crimini pedofili di matrice clericale in Spagna (sulla rivista Left per circa un anno ho portato avanti un’inchiesta analoga relativa ai fatti italiani, ricevendo decine di segnalazioni poi trasformate in alcune inchieste, come quella su un altro gesuita: padre Rupnik). E in particolare il diario di padre Pica è diventato la chiave per far emergere la verità. In sostanza dopo che nessun prelato gli aveva dato ascolto Pedrajas ha chiesto al giornale di aprire un’indagine a partire dalle 383 pagine del file “La Historia”. A quanto pare l’ultimo compagno di padre Pica era a conoscenza del contenuto del diario ed è stato lui a inviare tutto alla famiglia del defunto a Madrid: computer, lettere, il diario, fotografie … Tutto però rimase a giacere in un magazzino fino al 2011 quando Fernando durante alcuni lavori di ristrutturazione scoprì il diario dello zio.
Documenti alla mano nello stesso anno denunciò tutto alla procura boliviana, alla Compagnia di Gesù, al Collegio gesuita di Cochabamba “Giovanni XXIII” in Bolivia, del quale questo suo zio, “padre Pica”, era stato anche rettore. Dopo un’attesa di oltre 10 anni di fronte alle risposte ricevute – “reati prescritti”, “è morto e non si processano i morti” – Fernando Pedrajas prese la decisione di rivolgersi ai giornalisti de “El País”.
Diario di un pederasta
Alfonso Pedrajas racconta nel diario di aver informato alcuni suoi superiori, perché nessuno fermò il violentatore seriale?
Il giornalista de “El País” Julio Núñez, autore dell’inchiesta, racconta che alla fine di ottobre 2022 le comunicazioni tra Fernando Pedrajas e la Compagnia di Gesù si sono interrotte definitivamente per mancanza di fiducia da parte del nipote. Al quotidiano spagnolo i gesuiti hanno dichiarato che la denuncia ricevuta da Fernando non era valida poiché era stata inviata tramite posta elettronica, una modalità non riconosciuta e accettata dal Diritto Canonico. Stando a informazioni in possesso di Núñez «la Chiesa spagnola ha aperto un’inchiesta i cui risultati sono stati mandati in Vaticano».
Dato che il protagonista è morto non è difficile immaginare che tutto finirà in un nulla di fatto, con qualche mea culpa vaticano sapientemente rilanciato da media compiacenti. Del resto ancora oggi quello che padre Pica ha “confessato” nei suoi diari (per autoassolversi?) è considerato un peccato di lussuria e come tale viene “trattato”. «L’abusatore va condannato, ma come fratello. Condannarlo è da intendere come un atto di carità» ha detto papa Francesco nel corso del dialogo con i Gesuiti ungheresi reso noto il 9 maggio dal direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro. Gli articoli del Pais risalgono a pochi giorni prima ma non sappiamo se Bergoglio si riferisse a Pedrajas. Il papa ha così proseguito: «C’è una logica, una forma di amare il nemico che si esprime anche così. E non è facile da capire e da vivere. L’abusatore è un nemico. Ciascuno di noi lo sente tale perché ci immedesimiamo nella sofferenza degli abusati. Quando senti che cosa l’abuso lascia nel cuore delle persone abusate, l’impressione che ne ricevi è tremenda. Anche parlare con l’abusatore ci fa ribrezzo, non è facile. Ma anche loro sono figli di Dio. E ci vuole una pastorale».
Si noti che “pastorale” è un termine che può avere a seconda del contesto in cui viene pronunciato significati diversi, addirittura opposti. Può infatti essere usato per parlare di misericordia, perdono, compassione, ma anche per riferirsi ai doveri dei pastori, cioè della Chiesa verso i fedeli o verso la dottrina.
Al di là dell’utilizzo consapevole di una terminologia che confonde, quelle di Bergoglio sono parole vuote, inaccettabili che “accostano” pericolosamente violentatore e vittima. Parole che però ci aiutano a comprendere perché il vero “nemico” da combattere sia il pensiero religioso che ancora oggi nega di fatto la violenza subita dal bambino (o dalla donna) da parte di un uomo. Quel pensiero cioè che in nuce confonde un reato (violentissimo contro la persona) con il peccato. Sappiamo infatti dallo psichiatra Fagioli che la pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino. Tuttavia anche nella Chiesa di papa Francesco l’abuso, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è ritenuto ancora un delitto contro la morale, un’offesa a Dio, in violazione del sesto comandamento, più che la violenza efferata contro una persona.
Di conseguenza la vera vittima sarebbe Dio e il peccatore (che sotto sotto per certa cultura è anche il bambino… che induce in tentazione quel sant’uomo del sacerdote) secondo la visione degli appartenenti al clero non deve rispondere alle leggi “terrene” della società civile di cui peraltro il responsabile fa parte ma alla giustizia…divina. Pertanto la “condanna” di cui parla Bergoglio da comminare “al fratello” (sacerdote) che ha peccato è un periodo di preghiera e penitenza da scontare in una delle strutture protette della Chiesa cattolica create ad hoc per tenere lontano da occhi indiscreti questi signori. Ebbene, nonostante tutta questa storia sia cominciata in Bolivia, è doveroso ricordare che di tutto questo e dei pericoli rappresentati da questa mentalità non tiene conto lo Stato italiano nel mantenere in vita il Concordato che consente alla Chiesa di occuparsi dei preti violentatori senza dover mai renderne conto alla nostra autorità giudiziaria. Quali conseguenze questa cecità delle nostre istituzioni abbia sull’incolumità dei bambini che frequentano le parrocchie, gli oratori, i seminari minori e le scuole cattoliche è facile – purtroppo – intuirlo. Ma se occorrono dei numeri concreti, eccoli qui.

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