Colpita dagli scandali degli abusi dei sacerdoti ed ecclesiastici sui bambini, la Chiesa, di fronte alle rivelazioni su questi crimini, si trova nella necessità di «capire cosa non ha funzionato nei tragici casi in cui non si è gestita la situazione e in cui la risposta agli abusi è stata inadeguata a causa di malintese preoccupazioni per il buon nome delle istituzioni che rappresentiamo». Lo ha detto il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, monsignor Charles Scicluna, intervenendo al Senato ad un Forum sul tema della protezione dell’infanzia, organizzato da Telefono Azzurro. A giudizio di Scicluna, il cui ruolo in Congregazione rispetto agli abusi è assimilabile a quello di un pm, serve oggi «un’onesta analisi» e la Chiesa ha «il dovere di intraprenderla». Benedetto XVI, ha ricordato mons. Scicluna, ha tra l’altro emanato norme canoniche che hanno spostato la prescrizione dei reati da a 10 a 20 anni e equiparato ai minori le persone che hanno deficit mentali. La denuncia degli abusi, ha ancora spiegato l’ecclesiastico, è talvolta «resa difficile da considerazioni sbagliate e fuori luogo di lealtà e appartenenza», diritto e dovere di denuncia spetta ai genitori o ai tutori che non devono cedere al timore di denunciare un ecclesiastico colpevole: il “potere sacro” «può generare la paura sbagliata di rivelare i crimini commessi da leader religiosi. In questo contesto – ha commentato Scicluna – la promozione della responsabilità delle comunità implica la possibilità di denunciare gli abusi del potere sacro per quello che è: un tradimento della fiducia».(CHR)
